RECENSIONI CD
#
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z
BABES IN TOYLAND - Spanking Machine
anno di pubblicazione: 1989
genere: grunge
tracklist: 1. Swamp Pussy / 2. He's My Thing / 3. Vomit Heart / 4. Never / 5. Boto(W)Rap / 6. Dogg / 7. Pain In My Heart / 8. Lashes / 9. You're Right / 10. Dust Cake Boy / 11. Fork Down Throat
voto:

Anni prima che la rivoluzione delle riot grrrl scuotesse lo show-business americano, anni prima che le Hole portassero il cosiddetto foxcore in cima alle classifiche, le Babes in Toyland mostravano qualcosa di virtualmente sconosciuto ai più: che una band di ragazze poteva essere aggressiva e violenta quanto e forse anche più di una di ragazzi. Perché questo loro debutto,
Spanking Machine, nonostante in copertina le raffiguri giovanissime, innocue e adagiate su un mare di bambole, è una bomba: spacca dall'inizio alla fine, senza tregua, trasudando una rabbia e una veemenza di taglio squisitamente grunge, ma con uno stile tutto particolare, oserei quasi dire naif, con qualche anno di anticipo sulle rivali Hole, la cui leader Courtney Love era stata per brevissimo tempo anche loro cantante. Le canzoni sono invettive disperate, brutali, prepotenti, e, cosa non da poco, pur nella loro furia distruttrice riescono a mantenere un gusto per la melodia che le rende contagiose e oserei dire orecchiabili:
He's My Thing e
Dust Cake Boy sono assolutamente abrasive e violente, ma hanno dei ritornelli che non ti si staccano più dalla testa. La primadonna Kat Bjelland fa allegramente a pezzi tutte le regole del bel canto: urla come un'ossessa, con ruggiti taglienti e velenosi, alternati a momenti del tutto schizofrenici in cui fa mostra una vocina dolciastra e bambinesca, salvo poi tornare improvvisamente a vomitarci addosso urla su urla. Oltre ad essere una dotata urlatrice e un'interprete emozionante, Kat è anche una chitarrista ispirata e istintiva. Altra presenza indimenticabile è Lori Barbero, batterista dalla tecnica personalissima: il suo è un tam-tam tribale che aggiunge un'ulteriore nota di originalità al tutto (Lori canta anche in un pezzo,
Dogg, mostrando una bella voce quasi soul). In definitiva, un debutto coi fiocchi per una band dalle potenzialità infinite, che farà ancora di meglio con il successivo
Fontanelle, realizzando uno dei capolavori grunge per eccellenza.
BAMBOLE DI PEZZA - Crash Me
anno di pubblicazione: 2002
genere: punk
tracklist: 1. Le Streghe / 2. Peace And Love / 3. Be In Your Mind / 4. Veleno Magico / 5. La Mantide / 6. Stato Puro D'Odio / 7. Crash Me / 8. On The Road / 9. Rock'n'Roll / 10. Squarci D'Immagine / 11. Vieni Con Me / 12. Paranoia
voto:

Diciamocelo. Nonostante queste cinque provocanti ragazze abbiano sempre sostenuto il contrario, concettualmente non passa molta differenza tra la loro proposta musicale e quella di tante altre punk band italiane un po' stupidotte, alla Punkreas per intenderci. Per carità, la grinta c'è, la sana voglia di fare casino anche, le melodie che ti rimangono in testa pure, e non manca perfino qualche accenno di femminismo, ma la sensazione di già sentito è forte. I testi nella maggior parte dei casi volano basso e quando cercano di sollevarsi un po' suonano per lo più pretenziosi. E quando si abbandona l'italiano, per quanto riguarda la pronuncia dell'inglese sono dolori. Peccato, perché alcuni spunti si rivelano parecchio interessanti: l'acustica
Be in Your Mind e la drammatica
Squarci d'immagine mostrano una band che potrebbe fare decisamente di meglio. Però tutto sa di abbozzo, di non-finito, e si finisce per cadere nella solita minestra punk-melodica con accenni ska e reggae di qua, garage di là, a cui tante band mediocri ci hanno già abituato. Sicuramente il secondo album,
Strike, è migliore.
BLONDIE - Blondie
anno di pubblicazione: 1976
genere: pop/punk
tracklist: 1. X Offender / 2. Little Girl Lies / 3. In the Flesh / 4. Look Good In Blue / 5. In The Sun / 6. A Shark In Jets Clothing / 7. Man Overboard / 8. Rip Her To Shreds / 9. Rifle Range / 10. Kung Fu Girls / 11. The Attack Of The Giant Ants
voto:

1976: in un panorama rock ormai normalizzato, la rivoluzione del punk è già alle porte. Dai garage esce una nuova ondata di band che fa mostra di un approccio alla musica molto più libero e sciolto, sporco, senza preoccupazioni tecniche. In questo fermento si collocano anche i Blondie, ma tenendo il piede in due staffe: quella del pop radiofonico e quella del punk. Avevano i numeri giusti per piacere ai fan di entrambi gli schieramenti: le armonie dei girl group anni Sessanta si sposavano con le chitarre aggressive del garage, dando vita ad un melange ambizioso e di sicura presa, perfetto per far ballare. L'attitudine, quella sì, era perfettamente punk: a tratti sguaiata, con quelle tastiere senza controllo, un equilibrio sempre pronto a sfociare in un caos (controllato), gli arrangiamenti semplici ma arguti. Ma, inutile dirlo, il motivo del successo del gruppo era la presenza sexy e sbarazzina della front-woman, la ex-pin up Deborah Harry, una vera e propria icona generazionale: una voce che, senza sfoderare una particolare competenza tecnica, sapeva essere molto carismatica, ostentando ora la tenera grazia delle Shangri-Las, tutta sapore di pop e Broadway, ora l'urgenza "perduta" di una Patti Smith formato discoteca. Questo loro debutto, che mette fianco a fianco il ballabile tropicalismo quasi ska di
Man Overboard con l'irruenza della punkeggiante
Rip Her to Shreds, è un disco che ha fatto storia:
X Offender,
Little Girl Lies,
Look Good in Blue,
In the Flesh e
In the Sun sono gemme di pop-punk da ascoltare assolutamente.
BLONDIE - The Curse Of Blondie
anno di pubblicazione: 2003
genere: pop/rock
tracklist: 1. Shakedown / 2. Good Boys / 3. Undone / 4. Golden Rod / 5. Rules For Living / 6. Background Melody (The Only One) / 7. Magic (Asadoya Yunta) / 8. End To End / 9. Hello Joe / 10. The Tingler / 11. Last One In The World / 12. Diamond Bridge / 13. Desire Brings Me Back / 14. Songs Of Love
voto:

Quando un album così smaccatamente "fruibile" non presenta neanche una canzone il cui ritornello si faccia un po' ricordare, allora si tratta senza dubbio di un clamoroso insuccesso. È questo, a mio avviso, il caso di
The Curse of Blondie, l'(atteso?) ultimo album di studio (dopo qualche anno di silenzio) di una band che, dopo aver sfornato agli esordi dei dischi forse un po' sopravvalutati, ma comunque importanti, si era in seguito adagiata sugli allori. Ascoltando questo CD che sembra non finire mai mi chiedo: "se ne sentiva davvero il bisogno?". Perché nonostante la produzione ultramoderna e il sound all'apparenza "à la page" secondo tutti i crismi del pop/rock del nuovo millennio,
The Curse of Blondie può andare bene solo come colonna sonora disimpegnata di un noioso party per quarantenni, ma forse neanche per quello. Ciò che mostra è una band stanca, non solo nell'ispirazione. In poche parole, non prende, non diverte: dei Blondie c'è solo l'ombra, la band è chiusa nel reparto geriatria. Se il buongiorno si vede dal mattino, il vergognoso rap di quart'ordine di
Shakedown fa presagire catastrofi: inutile e imbarazzante, è la canzone peggiore del disco, e posizionarla in apertura non è stata proprio una buona mossa. Ci si risolleva un po' con la dance smaccatamente commerciale di
Good Boys, probabilmente il pezzo migliore. Si continua con le chitarre graffianti di
Undone e
Golden Rod (quest'ultima non male), per poi rituffarsi nella noiosissima cantilena orientaleggiante intitolata
Magic (Asadoya Yunta). Seguono altri brani di vario genere ma per lo più medocri, il rock martellante di
End to End e
Last One in the World, il dance-pop di
The Tingler, la noiosa
Hello Joe. La chanson finto-noir
Desire Brings Me Back rispolvera fiati alla James Bond, mentre
Songs of Love chiude le danze con la sua aria da ballatona romantica e vagamente electro. Ma la varietà non riesce a riscattare l'album da una mediocrità che trabocca ovunque. Il suo unico merito? Vi farà venire voglia di rispolverare le vecchie glorie dei Blondie. Fatelo e lasciate perdere i riciclaggi senili.
BRAIN SURGEONS NYC - Denial Of Death
anno di pubblicazione: 2006
genere: heavy metal
tracklist: 1. Rocket Science / 2. Dark Secrets / 3. Strange Like Me / 4. Constantine's Sword / 5. Jimmy Boots Fetish / 6. Plague Of Lies / 7. 1864 / 8. Tomb Of The Unknown Monster / 9. Swansöng / 10. Verböten / 11. Lonestar / 12. Change The World Henry
voto:

Quando in una band ci sono nomi di un certo calibro, è certamente più che lecito aspettarsi qualcosa di buono. Quando questi nomi sono veterani come Albert Bouchard (batterista fondatore dei Blue Öyster Cult) e Ross the Boss (ex-chitarrista dei Manowar e dei Dictators) allora aspettarsi qualcosa di scoppiettante non solo è lecito, ma è assolutamente obbligatorio. E, come da aspettativa,
Denial of Death, l'ultimo disco dei newyorkesi Brain Surgeons, non delude, anzi, si rivela un buonissimo album, pieno di energia e personalità. Ad accompagnare i due mostri sacri abbiamo David Hirschberg al basso e soprattutto la cantante e chitarrista Deborah Frost (moglie di Bouchard nonché, insieme a lui, principale mente del progetto). Nel booklet del cd le voci sono accreditate a tutti e quattro, anche se nel ruolo di leader si alternano quella femminile di Deborah e quella maschile (che credo sia di Albert). In particolare spicca la voce roca della Frost, molto "istrionica" (da manuale la sua interpretazione di
Dark Secrets) e piena di carisma.
Denial of Death è un album oscuro, ma in cui la tetraggine risulta temperata da una spiccata attitudine "pulp", da un'ironica atmosfera da b-movie: se infatti in
Rocket Science sembra di stare nel bel mezzo di un pastrocchio fantascientifico anni Cinquanta, la bellissima
Strange Like Me, con la sua chitarra acustica "flamenco-style", ha un sapore da melò criminale, mentre in
Tomb of the Unknown Monster il clima è quello di quegli horror a basso costo così deliziosamente zeppi di cliché. È questa attitudine "bassa", un po' sporca, a rendere l'album affascinante: è musica da sottofondo per quei locali dove si beve rum e whisky in quantità, e dove i chitarristi delle band sul palco fanno le boccacce e si rotolano per terra.
Denial of Death fila che è un piacere, snocciolando per lo più mastodontici midtempo del calibro di
Dark Secrets,
Constantine's Sword o
Swansöng, ma senza rinunciare anche a pezzi più veloci come
1864 o la finale
Change the World Henry. Perfetto per i patiti dell'heavy anni Ottanta, ma vi consiglierei di darci un occhio anche se siete amanti di sonorità più moderne e "stoner". Comunque, al di là dei generi che ascoltate, rimane un ascolto consigliato.