RECENSIONI DEMO
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BABY MONOXIDE - Lake Street Basement Tapes
anno di pubblicazione: 1996
genere: grunge
tracklist: 1. Pedastal / 2. Prophet Of Nonsense / 3. Nothingness / 4. My Psyche / 5. Ambivalence
voto:

Quartetto per metà femminile, i Baby Monoxide propongono un grunge ignorante, sporco e rumoroso, a tratti tinto di doom, a tratti di hardcore. La qualità del suono non è certamente delle migliori, e lo si capisce già dal titolo dell'EP: ma in fondo il genere scelto si adatta più a suoni "fangosi" da cantina che non a produzioni ultra-cristalline, perciò questo non è tra i difetti che si possono imputare alla band. Difetti che si possono riassumere in due punti: la poca variazione e la poca originalità. Infatti le canzoni, alcune delle quali davvero troppo lunghe, risultano spesso troppo uguali l'una all'altra, troppo simili sia nelle linee vocali che nel ritmo che nelle parti strumentali. Inoltre, se è vero che nel grunge la tecnica non conta molto, è anche vero che nell'arrangiamento dei pezzi si poteva osare di più. Per quanto riguarda il secondo punto, cioé l'originalità, non si può fare a meno di notare una pesante derivazione dal sound delle Hole del primo periodo, e se ciò in fondo può far piacere agli amanti di certe sonorità, farà passare il disco totalmente inosservato a tutti gli altri. La voce della cantante Erika è bella al vetriolo, ma anche qui il sospetto che voglia imitare a tutti i costi le acrobazie canore di Courtney Love è forte. In definitiva, un disco un po' acerbo, che risulterà di sicuro piacevole agli amanti del grunge, ma che quasi sicuramente annoierà gli altri.
BANDITZ - Sensation Seeker
anno di pubblicazione: 2008
genere: hard rock
tracklist: 1. The Will I Had / 2. U Can’t Stop Me / 3. Everytime / 4. Driftaway / 5. Feelin’ Nothin’ / 6. Served Perfectly / 7. Music In My Ecstasy / 8. Take You There / 9. Out Of Control / 10. Shadows Of Myself / 11. Don’t Leave Me Here / 12. Back From Routine
voto:

Se dovessi descrivere questo disco in una sola parola non avrei dubbi: la parola che userei sarebbe "spacca". Da cima a fondo, nessun pezzo escluso, va giù davvero pesante e fila che è un piacere. Si tratta di hard rock bello "roccioso" aggiornato da chiari spunti nu-metal (forse sarà la suggestione del titolo
U Can't Stop Me, comune a entrambe le band, ma soprattutto le prime canzoni mi hanno ricordato un sacco i Guano Apes dell'ultimo periodo...), ma anche heavy metal (ed inoltre è impossibile non notare il sapore thrash à-la-Metallica di
Feelin' Nothin'). Il tutto è reso più agile e impreziosito da suggestivi inserti di tastiere (l'inizio pianistico molto soft di
Driftaway, il magniloquente bridge di
Shadows of Myself) ed effetti elettronici (la già citata
Shadows of Myself,
Don't Leave Me Here). Nel caos che sprigionano questi dodici pezzi saggiamente non manca qualche momento soffuso e acustico (molto emozionante la ballatona finale, che chiude l'album davvero in bellezza), e la bellissima voce di Jade si trova assolutamente a suo agio in entrambi i versanti: vocalità strabordante, ruggente, potente, graffiante, da vera signora dell'hard rock. All'altezza del loro compito anche i suoi due compagni d'avventura: dal punto di vista tecnico non ci si può proprio lamentare. Insomma, questo
Sensation Seeker è un disco bello grintoso, che non potrà non piacere agli amanti dell'hard rock ma ha anche tutti i numeri per attrarre un pubblico più ampio: un prodotto tranquillamente commerciabile, senza che questo vada a discapito della qualità.
BLACKBLACK - Blackblack EP2
anno di pubblicazione: 2006
genere: indie rock, avant-garde
tracklist: 1. Emerald Forest / 2. Ogre Mountain / 3. The Energy Song / 4. The Most! The Best! The Greatest! Forever! / 5. The Loneboat / 6. Skulls / 7. We, The Grimlocks
voto:

Non sapevo nulla di questo misterioso trio americano per due terzi femminile, che ha all'attivo due ep autoprodotti intitolati
EP1 e
EP2 e che pare abbia un grande successo in Giappone, in cui è uscito un album che raccoglieva tutte le loro precedenti registrazioni. Così mi sono informato e sono venuto a sapere che la bassista e la batterista sono le figlie del batterista dei Bauhaus, e che il chitarrista è il cantante dei Phantom Planet: naturalmente la prima scoperta mi ha fatto capire molte cose, mentre la seconda scoperta, dopo avermi fatto storcere il naso, me ne ha fatte capire altrettante. Cosa suonano i/le Blackblack? Cantilene sbilenche, all'apparenza dolci ma in realtà pregne di un immaginario infantile che si rivela terribilmente inquietante. Si potrebbero definire indie pop, per via delle voci piuttosto dolciastre e delle distorsioni non troppo invasive. In effetti sono così indie da sembrare una caricatura. E qua e là fa capolino il goth, come in
The Loneboat, che sembra partorita da dei Cocteau Twins ubriachi o improvvisamente incapaci a suonare. Perché tutto è così sghembo, discordante, spiazzante... come se i tre componenti suonassero in tre stanze diverse senza sentirsi. Meravigliosamente lo-fi, ma anche arty, senza ombra di dubbio. Idioti? Furbetti? Geni? Non ne ho idea ma mi piace. Nota curiosa: gli artwork dei due EP sono rigorosamente disegnati a mano dai componenti della band, uno per uno e uno diverso dall'altro.
BLACK CANDY - Candinista
anno di pubblicazione: 2004
genere: garage punk
tracklist: 1. Intro Featuring The Black Candy Choir / 2. Christine / 3. Fucked Up Situation / 4. 3 Chords/Garage/Fine / 5. Yr Medicine / 6. Straight To Your Hands / 7. Funk Off Pt. 2 / 8. Grey Day / 9. In The Rough / 10. Revolution Winters / 11. Wasted Lowlands / 12. Automatic Lock / 13. Rix-O-Tic Is A Dinosaur
voto:

Per chi, come me, ha amato e tuttora ama quella prima generazione di riot grrrls che infiammò la prima metà dei gloriosi anni Novanta, un disco come questo
Candinista è pura goduria: un vero viaggio ad Olympia indietro nel tempo. Con la loro sana attitudine riot mescolata a momenti di puro indie pop e di abrasivo garage punk, le Black Candy in questi (appena) 22 minuti dimostrano di saperci fare. Oddio, i limiti tecnici sono enormi per tutti e tre i componenti, ma forse anche in questo risiede la genuinità e la freschezza tutta "DIY" di questo album. Un primo paragone che mi viene in mente è quello con le Sleater-Kinney, soprattutto nei momenti più melodici, ma a tratti vengono fuori anche le Bratmobile e le Team Dresch, mentre nei pezzi più tirati gli scream del batterista (uomo) Andrea mi hanno fatto venire in mente le vecchie Huggy Bear. Oltretutto i ruoli dei componenti sembrano essere interscambiabili, tutti e tre si alternano al microfono, e non solo a quello. L'impressione generale è dunque quella di una band che si diverte immensamente, con ironia e sana voglia di fare casino, mettendo addirittura in scena un divertente dialogo in
In the Rough (per non parlare della demenziale intro), e questa non può che essere una buona impressione. In definitiva, nonostante i difetti tecnici e una pronuncia inglese così così, un disco davvero godibile.
BLACK LEAVES - Nightfall
anno di pubblicazione: 1999
genere: folk/gothic metal
tracklist: 1. Intro / 2. What's Death Hiding? / 3. Where's The Word? / 4. Imaginary Land / 5. Nightfall / 6. Outro
voto:

Primo EP autoprodotto per gli ungheresi Black Leaves, che propongono un folk metal dalle influenze gothic, intriso a tratti di doom. Dopo una buona
Intro dal sapore folk-doom, già dalla seconda traccia si notano tutti i difetti che affliggono il demo: le parti di chitarra sono piuttosto imprecise, e negli assoli i pezzi più veloci sono generalmente maleseguiti (sulla tecnica traballante di un chitarrista punk si può anche sorvolare, ma certo non si possono tacere gli errori di un chitarrista metal che si lancia in difficili assoli al di sopra delle sue possibilità), la cantante è brava e tecnicamente ineccepibile, ma un po' fredda, e inoltre, a livello di produzione, il suono della chitarra ritmica tende a sommergere tutto il resto. Messo in chiaro questo, devo dire che questi Black Leaves non sono poi malissimo, se andiamo a valutare il songwriting. Hanno un loro particolare stile e non mancano i momenti felici, il bell'inizio marziale di
Nightfall e soprattutto i riuscittisimi
Intro e
Outro, quest'ultimo davvero affascinante, tutto arpeggiato e con la cantante che recita qualcosa in ungherese. Per finire, una band con delle buone potenzialità ma che ancora deve affinarsi dal punto di vista tecnico.
THE BREAKUP - Sampler
anno di pubblicazione: 2006
genere: pop/rock
tracklist: 1. All The Way / 2. Holding On / 3. Now Or Never
voto:

Cos'abbiamo qui? Nient'altro che il solito pop-punk adolescenziale e piacione. Sul loro myspace i californiani Breakup (che oltre ad avere una voce femminile, hanno anche una batterista donna) scrivono che il loro sound assomiglia a un pop/rock senza vergogna, e dobbiamo dar loro ragione: il massiccio intervento delle tastiere in
Now or Never, l'ultima traccia di questo sampler, equivale a un'abbondante iniezione di saccarosio puro. Piaceranno sicuramente ai fan di Paramore, Blink 182, Avril Lavigne e compagnia bella, ma questa non è che sia una gran garanzia di qualità. Insomma, sono canzoni brevi, divertenti, perfette per un party o per fare da colonna sonora a un programma idiota di MTV... però l'arte sta da un'altra parte.
BRUISE VIOLET - Calliphora Vicina
anno di pubblicazione: 2005
genere: grunge
tracklist: 1. Merry Go Round / 2. Featherless / 3. Interview With The Devil / 4. Rabid Dog / 5. Horthensya / 6. Truth In The Miniskirt
voto:

Ci sono band che si accontentano di farti scuotere le anche e muovere il piedino, di farti canticchiare un motivetto mentre pensi ad altro, di farti passare qualche minuto di spensieratezza. Ce ne sono altre che invece tentano di stabilire una comunicazione con la tua anima, di risvegliare in te emozioni profonde, di suscitare un ascolto che sia di per sé critico e problematico. I Bruise Violet fanno parte di questo secondo gruppo. La loro musica inquieta, muove dentro, torce lo stomaco, ci mette di fronte a un abisso nerissimo e ci costringe a guardarci dentro. Il genere è etichettabile come grunge, ma un grunge interiorizzato, bastardizzato, fatto profondamente loro. A prenderci per mano in questo viaggio da incubo è la vigorosa vocalità di Claudia, anche autrice dei bei testi, particolarmente oscuri ed enigmatici, che alterna vari registri e canta sempre con un abbandono tale da farci sentire sulla pelle le sue stesse forti emozioni. I sei brani ci spalancano le porte di un mondo oscuro, di una dimensione di rabbia e disperazione popolata da strane presenze inquietanti, e significativamente si chiudono sulle urla tremende (catartiche? apocalittiche?) di
Truth in the Miniskirt. La registrazione a volte è un po' così così, e qualche piccola pecca di esecuzione c'è, come pure qualche ingenuità, ma credetemi: si tratta di un demo davvero promettente, stimolante, che non lascia indifferenti. Che aspettate a calarvi nell'abisso?