FRIGHTWIG

frightwig

Alzi la mano chi conosce le Frightwig. Quasi nessuno, come immaginavo. Bene, allora è d'uopo rinfrescarvi un po' la memoria ricordandovi questo mitico gruppo che, nonostante non abbia mai goduto di una grande popolarità, occupa un posto fondamentale nella storia del rock (e principalmente del rock al femminile, che poi è quello che a noi più preme).
Dunque, le Frightwig erano un quartetto tutto al femminile proveniente da San Francisco, attivo dal 1983. La loro musica era un heavy metal scalmanato contaminato col punk più selvaggio, anche se per loro si può già, a mio avviso, parlare di pre-grunge (insomma, cronologicamente parlando non siamo ancora al grunge, tuttavia gruppi come Hole e Babes in Toyland sono fortemente influenzati dal sound delle Frightwig). Ah, quasi stavo dimenticando di dirvi che le canzoni delle Frightwig sono cantate male e suonate peggio. Ma non lasciatevi ingannare da questa constatazione: la loro pressoché totale imperizia tecnica non toglie proprio nulla all'importanza, alla bellezza, all'immediatezza, alla drammaticità delle loro canzoni. Le Frightwig erano dei geni. Su questo non si può discutere. Provare per credere.
Debuttano nel 1984 con l'album Cat Farm Faboo, un glorioso e provocatorio casino pieno di angoscia e rabbia, ma anche di orgoglio di essere donne. Qui la lineup è composta da Mia Levin (chitarra e voce), Deanna Ashley (basso e voce) e Cecilia Lynch (batteria e voce). Èuna brutta bestia di disco che colpisce allo stomaco con bizzarri ritornelli demenziali cadenzati come formule magiche (Jeri's Song, Only You), attacchi punk a velocità supersonica, strane inflessioni boogie o funk (Vagabondage, A Man's Got to Do What a Man's Got to Do), depressi monologhi in cui davvero si respira già un'aria grunge (I Got Lost, in assoluto la mia preferita). E poi titoli pazzeschi come My Crotch Does Not Say "Go"...
Nel 1986 esce la loro seconda fatica, Faster, Frightwig! Kill! Kill! (il titolo è un omaggio ironico al famoso film di Russ Meyer), in cui troviamo Susan Miller e Rebecca Tucker alla chitarra e voce al posto di Mia Levin (che ritroveremo più tardi nelle Mudwimin). È un lavoro più rifinito che propone un hard rock più tradizionale, anche se lo stile inconfondibile della band è ancora perfettamente riconoscibile in tutte le sue nove canzoni. E inaspettatamente, dopo le urla e la rabbia, termina con un inno femminista dal sapore vagamente gospel, Freedom.
In seguito, la band continua a lavorare, pur con una lineup incessantemente instabile (tra gli altri, vengono arruolati Paula Frazer, poi nella alternative-country band Tarnation, e addirittura, per un brevissimo tempo, un batterista uomo di nome Robert!), e nel 1989 torna con l'ep Phone Sexy. Della lineup originale è rimasta solo Deanna Ashley, coadiuvata da Rebecca Tucker e dalla batterista dei Sister Double Happiness, Lynn Perko. Si tratta di un lavoro più maturo dal punto di vista dell'esecuzione, anche se certamente meno ispirato rispetto ai due album precedenti. Non è lo schifo che molte recensioni descrivono, anche se è vero che la canzone migliore è American Xpress, già apparsa su Faster, Frightwig. Curiosità: tra le sei tracce del cd si trova anche una cover di Public Baths delle Shonen Knife.
La gloriosa saga delle Frightwig finisce qui. Spesso ci sono state voci di riunione, ma non se ne è saputo più niente. Tuttavia rimane la grandissima eredità delle loro canzoni e dell'esempio che ha portato una generazione di ragazze a imbracciare chitarre, bassi, microfoni e tamburi per esprimere con il rock la loro disapprovazione nei confronti di un mondo che pensa al maschile. Le Frightwig sono delle vere e proprie pioniere. Non che prima di loro non ci siano state delle band femminili di grandissimo pregio. Però penso che senza le Frightwig non ci sarebbero state né Hole, né Babes in Toyland, né L7, né Bikini Kill, né Bratmbile e via dicendo.
Perciò se vi capita tra le mani uno dei loro lavori (i primi 2 album sono stati ristampati nel 1995 dalla Southern Records nel cd Wild Women Never Die) non fatevelo scappare: ne vale davvero la pena.